Pensiero creativo e società

Nel pensiero di Arnold J. Toynbee (Londra, 1889 – York, 1975), incentrato sul binomio sfide – risposte, la formazione delle civiltà è in relazione alla capacità di rispondere alle rinnovate sfide del tempo da parte dei valori di cui esse sono portatrici. 

ll ruolo delle minoranze creative, nel delinearsi della civiltà, è vitale: il pensiero divergente, non partecipe delle dinamiche psicologiche che hanno condotto alle situazioni critiche, si rivela capace di individuare soluzioni inedite,  in grado di permettere l’uscita dalla palude (proprio allo sfruttamento delle paludi, in senso letterale, fa riferimento Toynbee).

La creatività è sostanzialmente necessaria ma parrebbe risultare inefficace nel dirimere la feroce complessità contemporanea. Credo che, ancora ai tempi di Toynbee, il creativo (neologismo non sempre felice: J.S.Bach, ad esempio, nonostante la mole ed il livello della sua opera, mai si sarebbe definito creativo) fosse dotato di strumenti del mestiere consistenti mentre oggi lo stesso termine è sinonimo o di bohemien, intuitivo scarsamente strutturato (… nonostante persino Baudelaire sostenesse che l’ispirazione è il portato di un lavoro ben fatto) o di imprenditore digitale nell’ambito dell’intrattenimento i cui strumenti del mestiere corrispondono soprattutto a solide basi di marketing. Il frutto del pensiero, in questo caso, costituisce circa l’1% del prodotto finito. Tutto il resto (ovvero il 99%) riguarda le azioni più efficaci per collocare il prodotto sul mercato. Se il 99% è stato curato efficacemente, il valore dell’1% non risulta così influente.

L’idea, però, non è un prodotto. I processi della creatività autentica seguono percorsi naturali (al pari di quelli che regolano gli equilibri della biodiversità), non sempre lineari: la tensione che attraversa il creativo autentico ha origine dalla necessità di inventare canoni adeguati alla traduzione di concetti ancora indefiniti ma già presenti, canoni sì nuovi ma al contempo coscienti della continuità invisibile con il passato. Affinché ciò possa realizzarsi, nonostante le dinamiche imposte da un mondo caotico, è necessario recuperare i tempi ampi e intensi che la riflessione e il conseguente forgiare gli strumenti della professione richiedono. I veri creativi vanno in avanscoperta e la società, per la propria salvaguardia, ha il compito di tutelarli, semplicemente imparando di nuovo a distinguere fra cultura viva e prodotti di intrattenimento.

Arnold J. Toynbee

Meriggio

 

Bonaccia, calura,

per ovunque silenzio.

L’Estate si matura

sul mio capo come un pomo

che promesso mi sia,

che cogliere io debba

con le mie labbra solo.

Perduta è ogni traccia

dell'uomo. Voce non suona,

se ascolto. Ogni duolo

umano m’abbandona.

 

Gabriele D'Annunzio, Meriggio (versi 55 -  68), Alcyone

Quasi sera.

Intuizioni

Fede nell'autorità, timore dei fantasmi e paura dei bacilli (5 gennaio 1911)

«In particolare, bisogna prestare attenzione a che cosa rappresenta l’autorità in una determinata epoca. Se non si ha una visione spirituale, si possono commettere errori grossolani. Questo vale soprattutto i un settore della civiltà, quello della medicina materialistica, dove si vede quanto sia determinante ciò che è nelle mani dell’autorità e che pone sempre più richieste, perché vuole arrivare a qualche cosa che è molto, molto più spaventoso di qualsiasi autorità tirannica del Medioevo tanto deprecato. Oggi siamo già in questa situazione che si rafforzerà sempre di più. Quando la gente si prende gioco delle superstizioni medievali sui fantasmi, si potrebbe obiettare: perché, è cambiato qualcosa da questo punto di vista? È scomparsa la paura dei fantasmi? Le persone oggi non li temono forse molto più di prima? È molto più orribile di quanto si pensi quel che accade nell’animo umano, quando calcola che nel palmo della mano vi sono 60.000 germi. In America , hanno stabilito quanti ve ne sono in un solo pelo nella barba di un uomo. Si dovrebbe dire perciò: i fantasmi medioevali erano perlomeno di tutto rispetto, ma gli odierni fantasmi dei batteri sono troppo minuscoli, indecorosi, per giustificare una paura che peraltro è solo agli albori e che porterà le persone, soprattutto nel campo della salute, a una fede assoluta e spaventosa nell’autorità».

Rudolf Steiner, Epidemie (testi scelti) Milano: Editrice Antroposofica 2020, p. 14

La lettura sul concetto di ‘autorità’ propugnato da Thomas Hobbes (Westport, Wiltshire, 1588 – Derbyshire, Regno Unito, 1679) risulta paradossalmente ben più rassicurante. Notevole l’idea contemporanea di salute:

«Chi ha il potere, infatti, non provvede alla salute dei cittadini altrimenti che per mezzo di leggi, che sono universali; perciò ha compiuto il suo dovere se si è sforzato in ogni modo di fare sì che, per mezzo di provvedimenti salutari, si trovi bene il maggior numero di cittadini, e quanto più a lungo possibile, e che a nessuno capiti del male, se non per sua colpa, o per circostanze cui era impossibile provvedere. […] Per salute non si deve intendere soltanto la conservazione della vita, a qualsiasi condizione; ma una vita per quanto possibile felice. Infatti gli uomini si sono riuniti spontaneamente negli Stati istitutivi al fine di poter vivere tanto piacevolmente, quanto lo ammette la condizione umana. Perciò coloro che hanno assunto su di sé l’amministrazione del potere supremo in questo genere di Stato agirebbero contro la legge di natura (perché contro la fiducia di coloro che hanno affidato loro l’amministrazione del potere), se non si sforzassero, per quanto si può fare con le leggi, di procurare in abbondanza ai cittadini tutti i beni necessari non solo alla vita, ma anche al diletto».

Thomas Hobbes De Cive, XIII (I doveri di coloro che amministrano il potere supremo), 3 -4

Rudolf Steiner (1861 - 1925).

Alle radici dell'immobilismo

«[...]l’Ara Pacis, voluta da Augusto al ritorno dalle campagne di Spagna e di Gallia, era stata eretta fuori città, nel Campo Marzio, il campo di Marte. La pace sorge nel territorio della guerra.

Il succo di questo excursus nella pace è presto detto: è più realistico considerare la guerra più normale della pace. Non solo la parola 'pace' si traduce troppo rapidamente come’sicurezza’, e una sicurezza acquistata al prezzo delle libertà civili. Anche qualcosa che de Tocqueville definisce magistralmente ’un nuovo tipo di servitù’, in cui ”un potere immenso e tutelare ... copre la superficie [della società] con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore”».

J. Hillman, Un terribile amore per la guerra, Milano, Adelphi Edizioni, 2005, pp. 50 - 51

Alexis de Tocqueville (1805 - 1859)

Busa delle rane (pendici del Montello)

19 giugno 1918

Il 19 giugno 1918 l'aereo del maggiore Francesco Baracca cadde sulle pendici del Montello, in località Busa delle Rane. È un luogo tuttora incontaminato, custode della memoria di un tempo che appare distante, i cui contorni sfumano nella leggenda. Le lettere del maggiore Baracca raccontano di una quotidianità dura ai limiti della resistenza, resa 'possibile’ dalla consapevolezza del proprio compito e dalla concezione dell'essere umano, così alta da non lasciarsi scalfire dagli orrori della guerra.

«Possa la Patria per la sua grandezza avere numerosi i seguaci della tua volontà e della tua coscienza» (dalla Presentazione del Tenente Colonnello Pier Ruggero Piccio al volume di V. Varale, La carriera, le battaglie, le vittorie del grande aviatore raccontate nelle Lettere alla Madre, Milano: Il secolo illustrato, 1919, pp. 3 - 4).

L'utilità delle rose

Proseguire il discorso sulla musica classica può sembrare inopportuno, se non addirittura inutile: le priorità che si impongono, in questo momento, sono chiaramente altre.

Penso che ne valga comunque la pena: l'arte anticipa ciò che si verificherà in seguito a livello sociale.

Lo stesso fenomeno ha luogo da tempo immemorabile anche in agricoltura: i cespugli di rose che presidiano i filari dei vigneti non rivestono una funzione estetica, come può sembrare a prima vista, bensì avvisano in tempo utile chi coltiva la vigna circa una prossima invasione di insetti.

Quando le rose vengono attaccate dagli afidi, il coltivatore si preoccupa di mettere in atto tutto ciò che può essere necessario per salvare le viti e, conseguentemente, il raccolto.

Le rose, al pari dell'arte, sono sentinelle affidabili, non semplicemente orpelli. Considerarle in modo così riduttivo denota la presenza diffusa di una mentalità miope, dominata dalla paura e, pertanto, incapace anche di garantire i presupposti morali della sopravvivenza stessa.

Spesso, quando i parassiti prosperano, il terreno in cui crescono le viti non è in grado di assicurare ad esse il nutrimento necessario. In altre parole, è impoverito.

Il tessuto sociale prospera, anche a livello economico, quando è ben nutrito. La cultura, intesa come fucina di idee vive, ne costituisce l'alimento principale.

Sentinelle.

'Va, pensiero' (G. Verdi, 'Nabucco', Parte III).

Vissi d'arte

Il binomio arte - divertimento ha suscitato una risposta indignata da parte di molti. Pochi, invece, sembrano aver colto il messaggio inconsapevolmente veritiero sotteso a tale espressione infelice, capace di evidenziare la crisi (non solo economica) che affligge il panorama contemporaneo.

Le leggi inflessibili del mercato hanno equiparato l’arte allo spettacolo, spodestandola dall’essere espressione della cultura, cioè di un comune sentire.

Al termine cultura, nell’immaginario collettivo, corrisponde tutt’altro: percepita al pari di un concetto astratto, elitario o, assai peggio, impegnato (quindi noioso), la cultura viene sentita come totalmente slegata dalla vita sociale, quella vera, e relegata quindi al mondo del superfluo.

Risuonano remoti i tempi dove nella musica di Verdi confluivano le forze del Risorgimento. Altrettanto distanti quelli della Seconda Guerra Mondiale dove si sfidavano i bombardamenti per ascoltare Beethoven evocato dalla bacchetta magistrale di Wilhelm Furtwängler (bombardamenti di cui l'eco terrificante rimane impresso nelle rare registrazioni).

L’arte s’intesse con la vita, anche e soprattutto nei suoi risvolti e nei momenti più drammatici. Il suo compito non è quello di alleviare momentaneamente lo squallore della sopravvivenza bensì di liberare la natura umana dai confini mortificanti che essa impone. È una forma di riscatto fra le più alte.

L’arte autentica, quella cioè in grado di stimolare una risposta vitale, rientra, ora più che mai, fra i beni di prima necessità.

Il Colonnello Mario Squarcina (foto risalente al periodo in cui era Addetto Militare presso l'Ambasciata italiana di Madrid. Fonte: Presidenza del Circolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale).

Il Padre delle Frecce Tricolori

La rara testimonianza che segue, a firma del Generale di Squadra Aerea Vincenzo Ruggero Manca, è un ricordo da vicino dell’Inventore della Pattuglia Acrobatica Nazionale che, in questa pagina buia dell’Italia, ha alimentato la fiducia disegnando sugli schermi dei nostri dispositivi un Tricolore capace di abbracciare l’intera penisola.

 

Vicenza, 25 ottobre 1960

[…] affidando ogni anno la costituzione della Pattuglia Acrobatica ad un diverso Reparto di Volo, si stabilisce automaticamente una emulazione che fino ad un certo limite di rendimento rappresenta un vantaggio non indifferente, oltre il quale è fatale che il rischio aumenti eccessivamente. Infatti, i progressivi punti di partenza negli intenti programmatici diventano sempre più ambiziosi […]. Per salvaguardare pertanto un patrimonio così prezioso in uomini e mezzi, nonché la tradizione stessa della brillante sicura perizia dei piloti italiani, si impone la necessità di rivedere le attuali norme che regolano l’attività delle pattuglie acrobatiche in favore di un organismo controllato da elementi esperti.

Sono passi di un appunto che l’allora Maggiore Mario Squarcina (valoroso giovanissimo pilota da caccia nel secondo conflitto mondiale, in seguito istruttore di volo alla Scuola di Volo di Galatina, Lecce, e, negli anni 1958-1959, Capo della Pattuglia Acrobatica “Diavoli Rossi”, 6^ Aerobrigata - Ghedi, Brescia) invia ad un amico in servizio presso lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare.

L’idea di Squarcina diviene realtà alla metà di gennaio 1961. Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Gen. Silvio Napoli, sigla l’atto costitutivo del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico con sede sulla base aerea di Rivolto (Udine) che, dal 1° marzo 1961, identifica la Pattuglia Acrobatica Nazionale (PAN), denominata pochi mesi dopo 'Frecce Tricolori'.

Viene scelto, come Capo di tale Organismo, il suo ideatore che, in poco tempo, concepisce e realizza un programma di esibizione fantasioso e aggressivo e, per la prima volta nella storia, fedele anche alle leggi che regolano la prospettiva, cioè una geometria perfetta della formazione in tutte le fasi del programma. Gli spettatori non se ne accorgono, ma i piloti gregari si muovono quasi sempre per assicurare tale effetto…

«Squarcina era un vulcano – scrive Renato Rocchi, storico e voce delle Frecce Tricolori – neanche di notte aveva pace. Studiava, ideava, creava nuove figure, le cancellava, poi le ripresentava sempre sulla carta e in ‘top-secret’ per poter ottenere il massimo …».

La figura acrobatica che avrà più successo sarà la Bomba di nove velivoli. A tutt’oggi, è eseguita solo dalle Frecce Tricolori, con incrocio simultaneo e riunione rapida dei nove velivoli.

Quest’ultimo argomento merita di essere corredato da un fatto noto a pochissimi e confidatomi dalla Signora Squarcina: il Genio dell’acrobazia aerea in formazione è in quiescenza; continua comunque a pensare alle Frecce Tricolori seguendone i successi. Vorrebbe, però, arricchire il programma con una nuova, sensazionale figura. Sogna una Bomba con l’apertura, l’incrocio e il ricongiungimento di due formazioni di nove velivoli. Come sempre ha fatto quando era a Rivolto, studia, ha idee, le traccia sulla carta, le cancella, le ripropone, ma non ha il tempo per definire la nuova Bomba in tutti i suoi particolari per poi ‘offrirla’ ai responsabili.

Giunge il giorno della sua morte: con lui va in cielo anche quest’ultima creatura del genio…

Era e rimane un grande, un entusiasta, un generoso ed un coraggioso, senza però mai trascurare alcun dettaglio per la sicurezza delle sue prodezze.

Siamo vicini alla celebrazione della 60ª Stagione della Pattuglia Acrobatica Nazionale, vanto del passato, del presente e del futuro del nostro Paese. È importante che si sappia chi l’ha ideata, creata e portata al successo. Non farlo significherebbe favorire un’incresciosa situazione: ammirare un bellissimo quadro e non conoscerne l’autore.

Per chi scrive, inoltre, rendere omaggio pubblicamente alla figura del Colonnello Squarcina costituisce un’opportunità alla quale non vuole sottrarsi: la gratitudine che conserva ed avrà sempre per il suo Maestro, per colui che, negli anni in cui hanno servito insieme il 2° Stormo, con sede sull’Aeroporto di Treviso - S. Angelo, lo ha arricchito con i suoi tanti, quotidiani ammaestramenti, per poi onorarlo della sua lunga amicizia, della stima umana e professionale (che posso considerare veri privilegi perché Mario Squarcina non faceva sconti a nessuno …).

E per concludere, una riflessione tanto semplice quanto essenziale nella sua portata: il presente sboccia sempre sulle radici del passato. Esserne consapevoli fa bene all’umanità e soprattutto fa bene alla verità, la regina dei valori.

V.R.M.

Busto di Ignác Semmelweis (Buda, 1818 - Vienna, 1865).

I tempi della Scienza

L’espressione pensierosa di Ignác Semmelweis, il medico che per primo comprese l’importanza vitale di lavarsi le mani, è un invito alla riflessione su ciò a cui si sta assistendo in questi giorni.

La comunità scientifica è divisa al proprio interno e gli attacchi personali si sostituiscono all’argomentazione serena e rigorosa delle proprie tesi. Le zuffe televisive, di fronte ad un nemico inafferrabile nel suo trasformismo rapidissimo, danno solo l’impressione di un cattivo uso del tempo che potrebbe essere impiegato in modo decisamente più costruttivo.

Forse Semmelweis, nella sua lungimiranza (che, come solitamente accade, pagò a carissimo prezzo: fu espulso dalla comunità scientifica e finì i suoi giorni in manicomio), per risalire alle ragioni di questo fenomeno antropologico osserverebbe oggi al microscopio non tanto le mutazioni del virus, rapidissime, quanto le dinamiche proprie del pensiero umano, tarde invece ad evolversi. Si avvarrebbe probabilmente non tanto della psicologia, quanto delle neuroscienze per far luce sulle radici del conflitto da sempre esistente fra l’apertura al nuovo e la fedeltà a schemi concettuali che in passato hanno dimostrato la loro validità. Troverebbe senz’altro materia di studio proprio nei meandri del cervello umano: «[i]n effetti, potremmo affermare che la regola dei concetti acquisiti - una sintesi di molte esperienze – è di essere continuamente modificati. Come il concetto cerebrale ereditario è indispensabile per generare l’esperienza, così l’esperienza è indispensabile per generare il concetto acquisito» (S. Zeki, Splendori e miserie del cervello, Edizione speciale per il mensile «Le Scienze» pubblicata su licenza di Codice edizioni, 2011, p. 45).

Penso che nel principio ereditario (secondo Zeki costituisce il principio organizzativo) non sia del tutto improprio ravvisare il concetto di 'oggettività' della scienza mentre nel principio acquisito (che si alimenta della sintesi di molte esperienze) si possa scorgere la visione propria delle nuove ipotesi.

Non vi è frattura, a ben vedere, e pertanto nemmeno ragioni autentiche di dissidio. Quindi, in altre parole, prima le parti recuperano la reciprocità che è loro propria invece di consumarsi in una lotta tanto dannosa quanto vana, prima le distanze di tempo fra risultati della ricerca scientifica e velocità di mutazione del virus si accorciano.

Portone di Palazzo Gaddi, Forlì.

5 maggio

«Napoleone Bonaparte, ventisettenne generale dell' Armata francese in Italia, trascorse la notte del 4 febbraio a Palazzo Gaddi a Forlì. Quella notte, nella ricorrenza della Madonna del Fuoco, patrona della città, ricevette una delegazione di nobili forlivesi e il vescovo Mercuriale Prati: da loro ottenne un giuramento, nel quale si impegnavano a non ostacolare il nuovo governo che le armi francesi volevano instaurare in città» (pannello esposto nell' ingresso della casa natale di Aurelio Saffi, sita in via Albicini a Forlì).

Sono tutt'altro che immune dal fascino che il genio militare napoleonico esercita. Ciò non può impedirmi di immaginare l'amarezza e l'umiliazione provate dai nobili e dal vescovo della città scendendo quei gradini dopo l'incontro con il giovane e già valente Corso, incontro che proprio nella notte dedicata alla Protettrice di Forlì ebbe luogo. 

Un bilancio, a distanza di tanto tempo: la ricorrenza della Madonna del Fuoco è ancora oggi molto sentita mentre lo zuccherificio forlivese (proprio all' impulso del Bonaparte si deve la coltivazione massiccia della barbabietola da zucchero), inaugurato a distanza di oltre un secolo da quel 4 febbraio, è abbandonato. Sopra di esso la Natura più rigogliosa ha preso il sopravvento.

L. Capello, 'Note di guerra', Milano: Treves, 1921, XLII della Premessa.

Un profeta da riscoprire

Parole attuali, scritte novantanove anni fa. Autore ne è il generale Luigi Capello, uomo vulcanico provato da alterne (avverse, soprattutto) fortune, che individua nell' immobilismo culturale (e di riflesso, sociale) le fragilità più gravi che attanagliano il nostro Paese. Note di guerra è un racconto appassionato e trascinante dell' esperienza tragica e grandiosa del primo conflitto mondiale. Perché considerare un tema così sensibile? A mio avviso lo studio dell'esperienza bellica permette di analizzare la totalità degli aspetti della natura umana, posti sotto la lente di ingrandimento determinata dall' eccezionalità degli eventi.

Ultimo ma sicuramente primo sotto il profilo morale, la conoscenza del sacrificio compiuto dai nostri Padri diventa stimolo per vivere consapevolmente il presente nella pienezza dei valori fondanti raggiunti nel tempo senza mai darli per scontati.

L'Italia risorgerà anche questa volta.

Anche il viaggio più lungo inizia con un primo passo.

Il pane e le rose

La vista di un giardino privato ha interrotto il percorso casa - supermercato - casa ...

Il cammino è la meta.

Un lungo viaggio

Viaggiare nel tempo permette di guardare il presente da una prospettiva privilegiata.